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Indignati, parte seconda.

Pubblicato: 13/07/2013 in Politica

È tempo di farlo. Ancora.

Di fronte all’epoca più maleodorante e corrotta che la scena politica italiana abbia mai vissuto, è necessaria una mobilitazione civile, sociale e morale da parte di coloro che vogliono ancora combattere e lottare per liberare questo paese dalla morsa del malaffare e della mediocrità, nonché dal tentativo della classe attualmente dominante di conservare lo status quo.

All’indomani delle elezioni di febbraio, i due principali partiti, preoccupati dal risultato elettorale e da un’eventuale ondata di cambiamento che avrebbe messo in pericolo, oltre che la loro sopravvivenza, anche la possibilità di garantirsi un salvacondotto per le azioni commesse in anni di potere, hanno prontamente sfornato una strategia di inciucio, con l’effetto immediato di rendere ancora più iniqui i risultati della scandalosa legge elettorale. A quale scopo? Intanto, allontanare dalle stanze dei bottoni il M5S, composto da esponenti i quali, essendo estranei al gigantesco inciucio che è e che è stata la politica italiana, avrebbero potuto sollevare il coperchio del vaso di Pandora, contenente le malefatte dei politici italiani dal dopoguerra ad oggi. In secondo luogo per prendere tempo. Così stanno tentando di far calmare le acque, con la speranza che l’elettorato percepisca la paura di un cambiamento dello stato attuale delle cose. Ci provano con un governo la cui operosità viene gonfiata a dismisura dal 95% dei media, che nel frattempo gettano fango a piene mani su chiunque cerchi di far emergere un punto di vista differente. Penso che tutti ricordiamo che mentre i mass-media si sbizzarrivano sulle discussioni in tema di diaria nel M5S, Berlusconi veniva accusato di aver comprato il voto di un senatore per fare cadere un Governo democraticamente eletto. E ditemi voi cosa è più importante.

Questa è la premessa. L’attualità ci parla di uno Stato che dopo aver espulso senza nessun presupposto legale una bambina di sei anni e sua madre, consegnandole allo Stato che le perseguita (violazione del Trattato sui rifugiati), ora si ravvede e dice che le due “possono tornare”. Va bene: che tutti gli agenti che hanno partecipato all’espulsione (o forse rendition?), e i loro superiori di ogni grado, siano spediti in Kazakistan a prelevare, come hanno fatto qui, le due donne e le riportino qui. Immediatamente. Questo mi andrebbe bene come ravvedimento.

Oppure parliamo di un parlamento bloccato per un giorno per la protesta di un partito. Protestano per cosa? Perché il loro leader, ineleggibile in parlamento per un conflitto di interessi risalente al ’94, pluri-indagato dalla magistratura per reati comuni (prostituzione minorile, concussione, frode fiscale, quindi reati non politici), con alle spalle numerose condanne in primo e secondo grado e una prescrizione in Cassazione, rischia una condanna definitiva che forse lo vedrebbe interdetto da qualsiasi carica pubblica. Questa non è politica, è difesa dell’indifendibile. Questo personaggio non avrebbe mai dovuto varcare la soglia di nessuna istituzione dello Stato, così come numerosi suoi accoliti. Invece noi tolleriamo che essi blocchino i lavori dell’istituzione eletta dal popolo per un’azione intimidatoria nei confronti della magistratura. Fatto ancora più scandaloso: il PD li segue a ruota e avalla la loro richiesta di sospensione, a testimonianza che, dopo le elezioni, queste due forze politiche hanno gettato la maschera: sono indissolubilmente colluse tra loro nel fine di conservare impunità e potere.

Qui c’è bisogno di noi. Tutti coloro che sono contrari a questo spettacolo indecoroso hanno il diritto/dovere di mobilitarsi. All’interno delle aule parlamentari non possiamo che constatare che ormai l’unico argine allo strapotere della collusione PD-PDL è il M5S, il quale, pur con numerosi difetti di organizzazione e comunicazione, in parlamento si impegna per un boicottaggio dell inciucio che sta speculando sulle macerie di questo paese.

ATTENZIONE: questo articolo non vuole sostenere il M5S come forza politica da votare, quella sopra è una semplice constatazione. Invece, quello a cui siamo chiamati è una mobilitazione civile, indipendente dai partiti. Parlo di quel tipo di manifestazioni, cortei, sit-in che possono far capire a questi soggetti che ci siamo anche noi. Scioperi, picchetti…tutto ciò che può servire a scuotere la coscienza addormentata di questo paese.

A me piacerebbe chiamarla, Indignati, parte seconda. Sulla scia di quel movimento di protesta che culminò in una oceanica manifestazione il 15 ottobre, abilmente influenzata in modo da essere ricordata per gli scontri, proprio per abbassarne la portata politica.

È tempo di farlo, ancora. Forse non avremo più occasione di indignarci in futuro.

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Scusate ma non ce la faccio. Non riesco a trovare, nonostante mi sforzi di calcolare aspetti che non ho considerato, un motivo di indignazione di fronte a ciò che sta succedendo al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti.

Anzi, mi correggo. Sono indignato eccome.

Dal punto di vista della vicenda giudiziaria, sono indignato perché non siamo di fronte ad un caso di persecuzione giudiziaria nei confronti di un giornalista reo di aver espresso un’opinione risultata poi diffamante. Eppure è questo il tono delle dichiarazioni di coloro che lo difendono, ergendosi a difensori della libertà di stampa.

Sallusti è stato condannato perché il quotidiano di cui era direttore all’epoca (Libero) pubblicò una notizia falsa, sebbene il giorno prima della pubblicazione, numerose testate giornalistiche avessero più volte puntualizzato e definito i contorni dei fatti in questione. A questo va inoltre aggiunta la responsabilità dell’articolo direttamente riferibile al direttore, non essendo stato possibile identificare lo pseudonimo “Dreyfus” che ha firmato l’articolo incriminato.

Il comunicato stampa della Corte di Cassazione.

Il motivo del contendere è un articolo intitolato “Il dramma di una tredicenne. Il giudice ordina l’aborto”, pubblicato dal quotidiano Libero, nel quale l’autore, tale Dreyfus, accusava il giudice di aver ordinato l’aborto ad una tredicenne rimasta incinta. In realtà il giudice era stato chiamato in causa dalla mamma che per poter esercitare la patria potestà, ed autorizzare quindi l’aborto della gravidanza della figlia, aveva bisogno anche del benestare del padre della ragazza. Quest’ultimo, non essendo in buoni rapporti con la mamma della figlia, si è rifiutato di comunicare la sua decisione. Da qui l’intervento del giudice, chiamato in causa dalla madre della ragazza, che ha autorizzato l’intervento di interruzione di gravidanza.

Nell’articolo si pone l’accento sulla presunta costrizione attuata dal genitore e dal giudice tutelare (Dott. Cocilovo) nei confronti della ragazza ai fini dell’aborto. In realtà tale ricostruzione era stata puntualmente confutata da moltissime agenzie di stampa e testate giornalistiche già il giorno prima della pubblicazione dell’articolo da parte di Libero. Tant’è vero che tutti i principali quotidiani nazionali, lo stesso giorno, riportano correttamente la cronaca dei fatti, eccetto Libero. A tal fine si rimanda al già citato comunicato stampa della Corte di Cassazione nel quale sono elencate nel dettaglio tutte le puntualizzazioni giornalistiche del giorno precedente l’articolo.

Come si arriva all’ipotesi del carcere?

Le motivazioni della sentenza hanno l’onere, all’apparenza tutt’altro che facile, di spiegare il mancato ricorso alla sospensione condizionale della pena. Intanto i giudici ricordano che la pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione esiste anche se “in casi eccezionali”, ed è richiamata anche dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea. I motivi di eccezionalità, nel caso di Sallusti consistono in sette condanne per diffamazione. Secondo la Corte quindi, il soggetto è recidivo ed ha una spiccata propensione a delinquere. Inoltre, la difesa tentata dal direttore in sede giudiziaria “sul piano sostanziale non indica alcun elemento che consenta una prognosi positiva, sui futuri comportamenti di un giornalista che, in un limitato arco di tempo (dal 2 settembre 2001 al 30 maggio 2003) ha sei volte manifestato una reiterata indifferenza colposa nei confronti del diritto fondamentale della reputazione e una volta (il 12 ottobre 2002) ha leso direttamente tale bene“. Capito l’antifona? Se fosse successo ad un altro con un curriculum così, lo avrebbero chiuso in carcere in men che non si dica!

L’affaire Dreyfus

Poi lasciatemi aggiungere una cosa. L’indignazione mi morde. Il direttore ha omesso di controllare il contenuto di un articolo pubblicato sotto pseudonimo non identificabile, quindi direttamente riferito al direttore responsabile (chissà perché si chiama cosi!). Cosa si viene a sapere in seguito? Che tale Dreyfus altri non era se non l’On. Renato Farina, fuoriuscito dall’Ordine dei Giornalisti, che ne aveva proposto la radiazione, per aver collaborato con i Servizi Segreti (vi suggerisco di rileggere la sua storia…posso solo anticiparvi che, secondo l’accusa della Procura di Milano, avrebbe organizzato false interviste con i PM del caso Abu Omar per carpire informazioni da riferire poi al Sismi). Il giorno dopo la sentenza della Corte è Farina stesso ad attribuirsi la paternità dell’articolo in un intervento alla Camera, tentando quindi una tardiva difesa nei confronti del suo ex-direttore. Anche Sallusti aveva invocato, senza successo, l’errore di persona nel processo.

Ditemi voi come è difendibile la posizione di un direttore che, non solo fa scrivere sul suo giornale una persona che non ha diritto a farlo, ma gli permette anche di pubblicare delle falsità e alla fine della fiera si becca anche una condanna per lui!

La notifica dell’ordine di custodia agli arresti domiciliari

Dopo la sentenza sono scattati trenta giorni di sospensiva per la notifica degli arresti. In questo periodo Sallusti non ha fatto altro che ripetere di voler andare in carcere, e non agli arresti domiciliari come previsto dal c.d. “decreto svuota-carceri”, il quale sancisce che tutti i condannati a pene inferiori ai 18 mesi possano accedere alla detenzione domiciliare. Nel frattempo il Parlamento, in perfetto stile italiano, si adoperava per salvare il giornalista dal carcere con un disegno di legge considerato da più parti ancora più negativo dal punto di vista della libertà di stampa. Trascorso il termine, gli agenti notificavano l’ordine di arresto domiciliare e lo accompagnavano presso il domicilio indicato da Sallusti (quello dell’attuale compagna Daniela Santanchè). Come aveva già annunciato, appena portato in casa, Sallusti evade e viene accompagnato dagli stessi agenti presso il Tribunale di Milano per il processo per direttissima previsto per il reato di evasione. Qui è andato in scena un procedimento surreale dato che il giudice lo ha rimandato ai domiciliari nonostante l’evasione e la “voglia smodata” dello stesso Sallusti di andare in carcere a scontare la sua pena! Quello che mi fa rodere è l’incredibile manfrina che è stata messa in piedi, complici i mezzi di informazione, al momento dell’evasione. Vorrei ricordare che l’evasione è ancora un reato in questo paese la cui perpetrazione, anche dopo averlo promesso davanti a decine di telecamere, non la rende una pièce teatrale. Ma questo paese purtroppo vive in un’opera teatrale.

Per questi motivi, che adesso anche voi potete valutare nella loro interezza, penso che Sallusti, come lui stesso ha dichiarato, non deve essere trattato in maniera privilegiata e può andare in carcere.

Vi invito a far sapere la vostra opinione su una vicenda che ormai non rappresenta più la storia di un singolo procedimento, ma è sintomatica della scarsa credibilità del sistema giudiziario italiano.